Spesso si sente parlare di mobbing sul lavoro ma questa è una tendenza presente anche nel mondo familiare. Certo, tra le mura domestiche una persona può essere soggetta a pressioni che spingono verso determinate dinamiche che possono portare all’allontanamento di un genitore.

In effetti, è più facile intercettare le condizioni di violenza o alienazione familiare, anche se quest’ultimo è un termine molto controverso. Allo stesso modo, all’attenzione dei giudici c’è in molti casi il rifiuto genitoriale. Eppure, è ben nota in letteratura giuridica anche la condizione di mobbing familiare. Sai di cosa si tratta? Forse hai riconosciuto i sintomi e gli effetti ma non lo sai.
Cos’è il mobbing familiare, una definizione
Il mobbing familiare prende il concetto della violenza sul lavoro e la traduce nel contesto familiare. Si tratta di una forma di violenza psicologica sistematica e prolungata nel tempo, messa in atto da un soggetto (a volte con la complicità o il silenzio di altri familiari) per umiliare e isolare il partner.
Tutto questo fino a distruggerne l’autostima e la stabilità emotiva. Spesso questa dinamica viene confusa con il litigio, come una condizione di malumore: non è così. Si tratta di una strategia persecutoria pensata per ottenere il controllo sulla relazione, spingere il partner ad andarsene o a cedere a determinate pretese. Come l’affidamento esclusivo dei figli.
I segnali tipici del mobbing familiare
Per riconoscere il mobbing familiare dobbiamo individuare alcuni sintomi tipici del contesto familiare. Nello specifico, troviamo in molte circostanze familiari una serie di condotte ostili ripetute nel tempo. Come, ad esempio, la svalutazione e l’umiliazione pubblica del partner con critiche continue sulla gestione della casa, sulla crescita dei figli, sull’aspetto fisico o sulle capacità.
Non parliamo sempre di attacchi feroci che cadono nella violenza plateale, ma di una voce critica continua e assillante spesso attivata anche davanti a parenti, amici o ai figli. Inoltre, il mobber – ovvero chi attiva la pratica di mobbing familiare – cerca di tagliare i legami della vittima con l’esterno.
Lo fa ostacolando i rapporti con la famiglia d’origine, vietando le uscite con gli amici o boicottando l’impiego lavorativo per creare una dipendenza economica. Nel frattempo, un altro sintomo tipico è la privazione dell’autorità del coniuge davanti ai figli, privandolo del ruolo educativo.
Quale valore legale ha questa condizione?
Il mobbing familiare non è un reato a sé, non esiste come elemento indipendente nel Codice Penale. Ma la prassi lo riconosce pienamente e lo inquadra come una condizione di violenza familiare. Nello specifico, il mobbing familiare si presenta come una violazione dei doveri del matrimonio (art. 143 del Codice Civile) che includono fedeltà, assistenza e collaborazione.
Il mobbing familiare può essere incluso nel reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi come ci ricorda l’articolo 572 del Codice Penale. Tutto questo vale anche se il mobbing non include vessazioni e violenze fisiche.
La legge punisce anche le condotte che determinano una sofferenza psicologica e un clima di costante sopraffazione e umiliazione domestica. Come riferimento possiamo prendere l’Ordinanza n. 21296/2017 della Cassazione Civile che ha confermato l’addebito esclusivo a carico del marito.
Cosa serve per dimostrare il mobbing in tribunale?
L’onere della prova spetta a chi subisce il mobbing. Per ottenere dei buoni risultati in tribunale servono prove concrete e tangibili come messaggi e comunicazioni tipo WhatsApp, SMS, email o audio che testimoniano insulti e minacce.
Servono anche dichiarazioni di familiari, amici, vicini di casa o colleghi di lavoro che abbiano assistito direttamente alle umiliazioni o all’isolamento.
Relazioni di psicologi o psichiatri (o accessi al pronto soccorso) che accertino un danno biologico-psichico sno fondamentali. In questo campo rientrano anche stati d’ansia gravi, depressione, disturbo da stress post-traumatico se sono direttamente riconducibili alle dinamiche familiari.